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Schede delle opere presenti nel Museo Canova

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Ebe (Inv. 084)


Ebe, figlia di Zeus e di Era, fu per i Greci la personificazione della giovinezza e di tutti i piaceri che porta con sé.
La coppiera delle divinità dell’Olimpo è mirabilmente colta nella leggerezza di un incedere lieve e quasi danzante, riverente e silenzioso, in punta di piedi, con tale grazia spirituale da esser capace di annullare la gravità del marmo che la trattiene.
Straordinaria è la rappresentazione dell'accenno del movimento che risulta lieve e garbato. Il tutto è bilanciato dalla torsione del torace e dalla naturalissima apertura delle braccia.
Il busto è nudo, mentre la parte inferiore è ammantata in un drappo. Il corpo, animato da un'indefinibile forza interiore, sembra avvolto dal vento leggero e impercettibile che agita vivacemente la veste, scomponendo anche l'elegante acconciatura raccolta in un diadema.
Il bel volto perfettamente ovale è incorniciato delicatamente dai riccioli.
La capacità di rendere la plasticità del corpo ci fa dimenticare di trovarci difronte ad una statua in marmo che ci sembra piuttosto una fugace apparizione divina.
Canova diede vita a una creazione in cui si incarna perfettamente l’ideale neoclassico del Bello. Raggiunse in questo modo una fra le più elevate interpretazioni dell’idealismo estetico, sfiorando vertici di puro lirismo.
Di questa scultura esistono quattro versioni in marmo realizzate in stili differenti tra il 1796 e il 1817, conservate oggi a Berlino, a San Pietroburgo, nel Regno Unito e a Forlì.
La prima, forse commissionata dal principe Jusupof nel 1795, fu ceduta in quello stesso anno al veneziano Giuseppe Vivante Albrizzi e terminata verosimilmente nel 1799. Venduta nel 1830 al re di Prussia Federico Guglielmo III, si conserva ora alla Nationalgalerie.
Quest'incantevole ancella suscitò, pur fra incondizionati e quasi scontati entusiasmi, anche non poche polemiche: si rimproverò infatti all'artista la mancanza d'espressione sul volto della giovinetta. A quelle critiche Canova replicò scrivendo nel settembre del 1800 che «a voler più espressione nel viso mi sarebbe stata cosa assai facile il dargliela, ma certamente alle spese di esser criticato da chi sa conoscere il bello; la Ebe sarebbe diventata una Baccante».
Con queste parole si difende abilmente dall’accusa, affermando che la capacità espressiva è tipica degli uomini, mentre la bellissima e irraggiungibile dea è intangibile da sentimenti e efferate passioni terrene.
Esposta al Salon di Parigi del 1808, alla nuova statua furono mosse ulteriori obiezioni legate per lo più all'uso di una policromia ritenuta esagerata, giudicando fuori luogo persino l'inserimento della brocca e della coppa in bronzo dorato. Alcuni giustificarono però i due accessori sostenendo che, dato il loro valore decorativo, un trattamento con lo scalpello avrebbe potuto pregiudicarne l'integrità col rischio di inevitabili e irreparabili rotture.
E ancora, con sua meraviglia, molti non condivisero l'espediente delle nuvole che sostengono il passo della fanciulla, giudicate inaccettabile eredità del repertorio figurativo barocco.
Nacquero così le due nuove versioni della Ebe (Chatsworth, Devonshire Collection e Forlì, Pinacoteca Civica) per le quali lo scultore trasformò le nuvole in un più tradizionale, ma visivamente meno efficace tronco d'albero.
Il gesso, danneggiato dalla furia bellica e dal cannoneggiamento della Prima guerra mondiale che colpì la Gypsotheca, è completamente privo della parte superiore

1808, 125x55x60

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